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IL GRANDE TEATRO A TIVOLI

Teatro Giuseppetti – Stagione Teatrale 2009/2010

 

30 Novembre 2009

LA PRESIDENTESSA

di Maurice Hennequin e Pierre Veber

regia Massimo Castri

con Marco Brinzi, Giorgia Coco, Francesca Debri, Michele Di Giacomo, Federica Fabiani, Alessandro Federico, Vincenzo Giordano,  Diana Hobel, Alessandro Lussiana, Davide Lorenzo Palla, Antonio Giuseppe Peligra

produzione Emilia Romagna Teatro e Teatro Stabile dell’Umbria

Hennequin firmò La presidentessa, il suo successo più grande, scritto insieme al suo abituale collaboratore Pierre Veber, nel 1912. Connotato da  una trama salace e dal linguaggio boccaccesco tipico del vaudeville nonché da un andamento scenico molto vivace,  il testo cerca  il puro divertimento dello spettatore.

Il vaudeville beneficiò, nei primi decenni del secolo scorso, di un periodo di fortuna tale da portare alla creazione di veri e propri team di autori  in grado di confezionare, nel giro di pochi mesi, testi pronti per la messinscena: da un certo punto di vista vi si possono rintracciare i prodromi di un’industria della scrittura, vocazione alla moderna serialità, oggi rappresentata ed esemplificata dai serial televisivi.

La Presidentessa narra le vicende di Gobette, spregiudicata e maliziosa soubrette che,  dopo essere stata allontanata dall’albergo dove alloggiava in occasione di una tournèe teatrale, trova ospitalità nell’austera casa del presidente Tricointe, giudice  di provincia  non più giovanissimo. Qui, il caso vuole che  venga scambiata per Aglae, la legittima consorte. Da cui l’abbrivio di un’irresistibile girandola di equivoci che porteranno il magistrato ad ottenere il tanto agognato trasferimento a Parigi.

Dopo il grande consenso di pubblico e critica  ottenuto dal pirandelliano Cosi è se vi pare prodotto da Emilia Romagna Teatro, commedia prediletta da Massimo Castri,  nella cui regia era possibile rintracciare alcune vaghe allusioni al genere vaudeville, il regista toscano sceglie oggi  di lavorare su un classico di questo genere storico del teatro leggero, La presidentessa,  appunto. Nell’occasione  Castri ritorna a dirigere  lo stesso gruppo di giovani interpreti. La piéce, nel suo perfetto meccanismo teatrale, permette di valorizzare al meglio le doti di ciascuno degli undici attori in scena, ed è frutto di un  lungo laboratorio condotto sulla ricerca dell’invenzione del personaggio, come è consueto nel lavoro del regista, molto attento alla cura del lavoro di attore.

Il lavoro registico di Castri si avvale dell’elaborazione sonora di Arturo Annecchino musicista e compositore, fra i più apprezzati autori di musica per il teatro già collaboratore di numerosi maestri della scena.

 Claudia Calvaresi  cura l’allestimento scenografico ed i costumi originali.

 

5 Gennaio 2010

L’INTERVISTA

di Natalia Ginzburg

regia Valerio Binasco

con Maria Paiato e Valerio Binasco e con Azzurra Antonacci

produzione Teatro Eliseo – Teatro Stabile di Firenze

“… una bravissima Maria Paiato… il pubblico partecipa e alla fine non smette mai di applaudire una storia che purtroppo è anche sua.” Franco Quadri, La Repubblica

 “I dialoghi filano che è un piacere, sono loro a ispirare l’allestimento diretto e interpretato con incantevole finezza da Valerio Binasco, ai cui scambi con una superba Maria Paiato la giovane Azzurra Antonacci aggiunge ogni tanto una parca dose di peperoncino… questa serata, 90 minuti senza intervallo, è una pura delizia.” Masolino D’Amico, La Stampa

 L’Intervista mi ricorda certe favole. Le tre scene che la compongono, quasi uguali e nella struttura e nella musicalità delle frasi, creano l’effetto di un rituale comico: passano mesi e anni, ma ogni volta che i tre personaggi si incontrano succedono sempre le stesse cose, si dicono quasi le stesse parole secondo una scansione rituale un po’ più assurda della vita stessa. Ma tale ritualità non ha quasi peso, perché la grazia e l’umorismo dolce della Ginzburg poco si adattano a fardelli stilistici esposti. L’assurdo, in lei, non è una provocazione intellettuale. È semplicemente un destino possibile. Probabilmente l’unico. L’assurdo, in lei, è innocente. Come una favola, L’Intervista ha almeno due livelli di lettura: uno riguarda i personaggi e le loro peripezie; l’altro riguarda qualcos’altro, più o meno segretamente nascosto nel testo. Ed è un pensiero rivolto all’Italia. L’Intervista non racconta solo dieci terribili anni della vita di quattro personaggi, ma attraverso le loro vite ci fa percepire fortissimamente anche che cosa siano stati quegli stessi anni per la nostra nazione. Dal 1978 al 1988. Ci sono quattro personaggi, di cui uno che non si vede mai. Il personaggio assente, Giovanni Tiraboschi, è per me il protagonista occulto della pièce. Assomiglia ai grandi uomini dell’Italia di ieri: vitali, facondi, seducenti e colti. I tre protagonisti ‘reperibili in scena’ sono tre persone qualunque legate al grande assente, ognuno a modo suo, che si incontrano in una vecchia villa toscana, di sua proprietà. Tutti e tre aspettano il ritorno di Tiraboschi, e

mentre aspettano chiacchierano. Dato che non tornerà mai, chiacchiereranno molto, e i loro destini finiranno per intrecciarsi in modo divertente e rocambolesco. Questa è una splendida commedia di chiacchiere: la Ginzburg è una grande scrittrice di chiacchiere. E infatti i suoi sono personaggi ritratti con vera maestria psicologica, e scenica, e molta ‘vita’ è nascosta sotto le battute–fiume, tanto che si potrebbe cedere alla tentazione di interpretare la pièce in modo naturalistico. Ma qui si sceglie una via diversa: quella di lavorare sulla recitazione, rendendola vibrante e sensitiva, in modo da restituire (percependole in modo nuovo) le parole, farle guizzare di interiorità come esperienze fulminee, cariche di elettricità come note di Mozart. Questa musicalità è il segreto da conquistare. È una musica da suonarsi anche con gli occhi, con le mani, con i pensieri intimi degli attori. È una musica che, misteriosamente, fa ridere: e infatti si ride delle parole di Ilaria, Marco e Stella, e dei loro buffi destini, mentre, fuori dalla finestra, il mondo.

 

4 febbraio 2010

PLATONOV

di Anton Cechov

regia Nanni Garella

con Alessandro Haber, Susanna Marcomeni, Nanni Garella, Franco Sangermano, Marco Cavicchioli, Claudio Saponi, Silvia Giulia Mendola, Rosario Lisma, Linda Gennari, Matteo Alì, Pamela Giannasi, Vladimiro Cantaluppi produzione Nuova Scena – Arena del Sole – Emilia Romagna Teatro

Con Platonov si è rinnovato il sodalizio artistico tra il regista Nanni Garella e l’attore Alessandro Haber che dà prova della sua grande sensibilità per i personaggi cechoviani, dopo aver già interpretato nel 2004 uno Zio Vanja sanguigno e passionale, prima tappa di un percorso di rivisitazione scenica e drammaturgica condotto da Nanni Garella sull’opera di Cechov.

In quest’opera giovanile senza titolo del 1880-1881 – etichettata successivamente dai critici come Platònov – Cechov fa emergere quella contrapposizione tra due mondi, la nobiltà e la borghesia mercantile, che riapparirà nelle opere maggiori. Ritrovata un paio di decenni dopo la morte dell’autore che aveva lasciato accenni a un lavoro forse perduto o che aveva intenzione di distruggere, è stata pubblicata postuma nel 1923. Un testo incompiuto, sebbene «incompiuto per eccesso di materia», come ha sottolineato il regista Nanni Garella, che insieme alla studiosa Nina Tchechovskaja ha realizzato la versione italiana del dramma con un ampia riduzione e adattamento drammaturgico.

Nei panni di Platonov, Haber incarna i tratti negativi di un personaggio abulico e privo di volontà, un Don Giovanni riletto e calato nel profondo della provincia russa, modellato sull’opera di Molière, con echi dalla grande letteratura russa di Puskin e Turgenev. «Una persona intelligente e beffarda, un anticonformista – racconta Haber – e come Don Giovanni, una persona arida, assolutamente incapace di amare e di essere amato». Figurine di un mondo in decadenza, in cui i sentimenti non hanno più fondamento morale e i rapporti tra gli uomini sono dettati unicamente da interessi che non riguardano la sfera emotiva, i personaggi di Platonov si muovono nell’atmosfera intorpidita della provincia russa che assiste inerme al ribaltamento delle relazioni sociali, in seguito al dissolvimento dell’aristocrazia militare russa e di tutta la struttura sociale legata a un’organizzazione di tipo feudale.

«Il quadro sociale descritto da Platonov – continua Haber – non è molto lontano dal nostro mondo, un mondo di decadenza, con gravi problemi economici, dove i rapporti sociali si disgregano». Per questo Garella ha ambientato il dramma alla fine del Novecento, nella Russia della Perestrojka, vestendo gli attori con abiti moderni. «L’aridità morale – afferma Garella – è una piaga dei sentimenti che noi viviamo oggi in maniera violenta. Nella nostra società sono in atto dei rivolgimenti economici e politici non molto diversi per ampiezza da quelli che Cechov si trovò a vivere nella provincia russa della fine dell’Ottocento, e neppure diversi da quei cambiamenti che si sono verificati in Russia alla fine del Novecento, in seguito al crollo del regime sovietico». «Platonov e tutti i personaggi che lo circondano – conclude Haber – hanno perso i punti di riferimento sociali ed economici, non hanno un progetto di vita chiaro, pensando solo a sopravvivere. Niente di più contemporaneo…».



26 febbraio 2010

OTELLO

di W. Shakespeare

regia Arturo Cirillo

traduzione di Patrizia Cavalli

con Arturo Cirillo, Danilo Nigrelli, Monica Piseddu, Sabrina Scuccimarra, Michelangelo Dalisi, Luciano Saltarelli, Salvatore Caruso, Rosario Giglio produzione Teatro Stabile delle Marche – Teatro Eliseo – Nuovo Teatro srl

 L’Otello è la tragedia della parola. Tutto nasce da un racconto, quello di Otello a Brabanzio e poi a Desdemona. La parola inventa i luoghi, costruisce i sentimenti, determina l’agire dei personaggi. L’Otello si gioca tra pochi individui che si confrontano ossessivamente tra di loro; il gioco di Iago li trova già tutti pronti, sembra che non aspettassero altro. La gelosia esiste dal momento che la si nomina, poi come un tarlo, non ti abbandona più.

L’Otello si svolge in un’isola, come La Tempesta, in un luogo limitato geograficamente e mentalmente, un luogo dell’ossessione. L’Otello si svolge su un palcoscenico vuoto che guarda il mare, questo luogo lo si chiamerà Venezia, Cipro, sarà una strada, una sala, una locanda. Ma soprattutto sarà una prigione, dove un negro epilettico consumerà la sua strage.

L’Otello è una tragedia satirica (vi è anche un clown), a volte sembra una commedia, a volte la più barbarica delle tragedie, come il Tito Andronico. A due passi dal baratro si cantano canzoncine.

L’Otello è il maschile davanti al femminile, o viceversa. Due mondi che s’ignorano, due universi su cui congetturare, in mezzo Bianca, la puttana di Cassio. Il femminile si traveste, e si degrada, per rivelare la sua assenza.

 L’Otello è un letto, disfatto e spesso deserto. È il luogo del tradimento: il palcoscenico immaginario, ma non per questo meno reale, della gelosia, della brama, dell’atto animale.(…)

L’Otello è tutto sentimento, covato, malato, irrealizzato; si parla di guerre e battaglie che non avvengono mai e intanto nella mente dei personaggi esplode qualcosa di molto più pericoloso. È quello che succede quando gli eserciti si fermano, quando gli uomini non combattono più, quando arriva la fatidica pace.

Arturo Cirillo



1 aprile 2010

LA LOCANDIERA

di Carlo Goldoni

progetto di Elena Bucci e Marco Sgrosso

con Elena Bucci, Marco Sgrosso, Maurizio Cardillo, Gaetano Colella, Roberto Marinelli

Produzione CTB Teatro Stabile di Brescia – Compagnia Le Belle Bandiere

Quando abbiamo incontrato Goldoni la prima volta, in occasione dell’allestimento de ‘Le smanie per la villeggiatura’, non pensavamo che scattasse la scintilla che ci avrebbe portati ora, dopo Shakespeare, Ibsen e Brecht, a riaccostarci a lui.

Ed invece, nuovamente, abbiamo subìto il fascino della sua causticità, della minuziosa analisi dei comportamenti e dei caratteri, della matematica costruzione delle alchimie nelle relazioni tra gli umani, della sua capacità di diagnosticare debolezze e meschinità e di alludere alle molte vie che  si aprono quando si abbandonino convenzioni e abitudini, finalmente liberi dalla paura di guardare gli infiniti sé che ognuno di noi racchiude.

In quella che egli stesso definisce “la più morale, la più utile, la più istruttiva” tra le sue commedie, tutti i personaggi sembrano alla ricerca di un atto miracoloso – amore, matrimonio, accomodamento - che sia antidoto all’angoscia e che risolva pavidità e sogni infranti.

A Goldoni stanno stretti i panni di ‘riformatore della Commedia dell’Arte’.

Prendiamo dunque spunto proprio dall’energia che serpeggia vitale e rivoluzionaria in ogni sua pagina per rileggere ‘La locandiera’, situando in un unico spazio le tradizionali pedane della commedia dell’arte in un clima da rifugio contemporaneo e notturno, vagamente losco e pericoloso, zattera per naufraghi della propria esistenza.

Nella spettacolarità di un intreccio ad orologeria che contrappone senza mezzi termini una vivace guerra dei sessi, condita al tempo stesso da una feroce ironia sui contrasti sociali e sul mutare di tempi e convenienze, capitano di questa zattera ed instancabile folletto che provvede a lustrarne il piccolo ma solido ponte, è proprio la locandiera.

Con intelligenza, civetteria e determinazione, Mirandolina intesse una sottile trama di gesti che confortano grandi paure attraverso la soddisfazione di semplici bisogni quotidiani, quasi fosse una settecentesca – ma quanto contemporanea! - vestale di un tempio dedicato alla ricostruzione di personalità danneggiate, nell’illusione di poter ricreare un ordine del mondo a partire dal luogo da lei animato e abitato.

Il suo servire ha la dignità e l’incedere di una regina senza titoli, tranne quello che le deriva dalla coscienza del suo ruolo e dallo sguardo lucido e vigile su quanto la circonda.

La sua vocazione è quella di soddisfare i bisogni secondari, in modo che quelli primari, nella loro drammatica evidenza, balzino agli occhi degli avventori, che già sentono dentro di sé l’urgenza di adattarsi ad un mondo che cambia.

E l’ostinata, lucidissima misoginia del Cavaliere - che riassume il dictat moralistico dell’autore e di esso si nutre - è destinata a sbriciolarsi inesorabilmente per celebrare il trionfo della “barbara crudeltà” di una donna moderna, un’affascinante impresaria la cui grazia è freddo mestiere e che alla resa dei conti sceglie una sana concretezza al vacuo baluginìo dei lustrini in disfacimento.

Si respira tra le pagine leggere e brillanti di Goldoni la smisurata solitudine di personaggi in balìa delle proprie ossessioni e di inconfessati bisogni vitali, non soltanto quella volontaria e misantropa del Cavaliere, ma anche quelle del Marchese e del Conte, amici-nemici-rivali pronti ad improvvisi e  fatui cambi di alleanze, o quella attonita di Fabrizio, la cui cieca abnegazione alla padrona-femme fatale avrà per premio un matrimonio senza amore.

Con Deianira ed Ortensia poi - entrambe marionette di quella femminilità insulsa ed interessata da evitare come la peste - irrompe nell’intreccio l’ombra fascinosa del grande teatro guitto che Goldoni volle combattere, il teatro delle maschere e delle moine, delle finzioni esagerate e della

disperazione saltimbanca. 

In questa locanda, ristrutturata ma non troppo, i riti che si consumano servono a prepararsi al cambiamento, alla coscienza di sè, ad un andare avanti nonostante qualsiasi naufragio.

E l’apparente concretezza delle soluzioni nasconde una saggezza che dobbiamo imparare a praticare di nuovo, ritrovando nel benessere del qui ed ora un medicamento dello spirito che ha troppo viaggiato.

Per noi attori poi, diventa il luogo dove - lungi dal perdere la forza dell’improvvisazione e della grande avventura anarchica della Commedia all’italiana - si acquisiscono gli strumenti di una nuova consapevolezza intellettuale e sociale.

Ed è forse ciò che, di fronte a nuove gravi crisi, deve e può ancora accadere.

Elena Bucci e Marco Sgrosso



25 aprile 2010

COPENAGHEN

di Michael Frayn

regia Mauro Avogadro

traduzione Filippo Ottoni, Maria Teresa Petruzzi

con  Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Giuliana Lojodice

produzione Emilia Romagna Teatro – CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG

 

La vicenda ambientata nel settembre 1941 nella capitale nord europea occupata dai nazisti, ricostruisce l’incontro tra il tedesco Werner Heisenberg, inventore del principio di indeterminazione, con Niels Bohr, danese e mezzo ebreo, suo maestro, fondatore negli anni ’10 della fisica atomica grazie all’applicazione della teoria quantistica alla materia e all’energia.

Bohr e Heisenberg, due ex compagni di ricerche costretti dalla guerra a guardarsi con sospetto, si trovarono imprigionati in un labirinto di domande che stentano a trovare risposta, sommerse come da ambiguità e dubbi estenuanti sul rapporto tra potere, scienza e morale.

 Le angoscianti riflessioni, alla vigilia del primo devastante uso della bomba atomica, procedono con implacabilità storica, tensione umana e congetture scientifiche immersi in una scenografia firmata da Giacomo Andrico, formata da nere lavagne pregne di formule, in una infinita serie di calcoli che riempie lo spazio.

Nel dramma di Frayn vi è una vibrazione incessante e dolorosa che attinge dal conflitto tra esperienza quotidiana e ciò che la trascende: questi uomini che hanno reinventato il mondo e che, forse, hanno contribuito a distruggerlo, vivono di fatto nell’indeterminazione da essi stessi creata e nello stesso tempo è come se volessero disperatamente risalire alla causa prima, alla verità.

 Una storia vera ricostruita dopo la scomparsa dei protagonisti dai rispettivi fantasmi, a loro tocca offrire una serie di successive versioni contraddittorie di uno storico incontro misteriosamente velato da fatali sottintesi.

 La regia di Avogadro è attentissima a sondare i contenuti scientifici senza disdegnare gli appigli comunicativi, puntando soprattutto sui ritmi in una sorta di arena processuale dove si fronteggiano i due scienziati: un teso e intenso Umberto Orsini con risvolti di sofferta ironia, un tormentato e coinvolgente Massimo Popolizio, siglati dalla pura maturità e saggezza di Giuliana Lojodice.



Spettacolo fuori abbonamento per le scuole

2 – 3 febbraio 2010

PIPPI CALZELUNGHE

di Astrid Lindgren
adattamento teatrale Staffan Götestam
regia e coreografie Fabrizio Angelini
supervisione Gigi Proietti 

produzione Teatro di Roma 

 

Pippi Calzelunghe è un personaggio anticonformista che incarna il sogno di libertà di ogni bambino, con la sua forza sovrumana, la grande casa dove vive da sola in compagnia degli animali più amati, un padre pirata, e mille avventure mirabolanti da condividere con gli amici. 
Ma Pippi è anche - tra le righe - un apologo sulla diversità, una diversità che sconcerta e spaventa gli adulti, barricati nel loro mondo di regole e allo stesso tempo premia i bambini che la accolgono con spontaneità, rivelandosi fonte ineguagliabile di gioco, meraviglia, e profondità di sentimenti.

Lo spettacolo si svolge all'interno o all'esterno della fantasmagorica Villa Villacolle, ma si sposta anche in un circo, nella casa degli amici di Pippi, nel porto. 
La protagonista conserva naturalmente le caratteristiche del testo e della serie televisiva, circondata dal suo cavallo, dalla scimmietta, dagli amici e dagli strani personaggi che fanno parte delle sue avventure. Intorno a lei una decina di performers che accompagnano e assecondano la sua follia in una girandola di momenti molto divertenti ma anche inevitabilmente teneri e delicati. La musica e la danza contribuiscono a creare un allestimento trapuntato di movimento e di allegria, di tenerezza e di riflessione.

Uno spettacolo adatto ad un pubblico di adulti e bambini

 

Orari e Prezzi

abbonamento intero  €70,00

abbonamento ridotto €60,00

biglietto intero €15,00

biglietto ridotto €12,00 

biglietto ridotto per gruppi superiori alle 10 persone €10,00

* ogni 10 persone un biglietto è omaggio

 

Orari spettacoli ore 21.00

Orari spettacoli teatro ragazzi ore 10,30 

 

Per informazioni e prevendite Teatro Giuseppetti - Vicolo dell’Inversata, 5  00019 Tivoli

tel. 0774/335087 tutti i giorni dalle 16,30 alle 21.00

 

 

 

 

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