Chiesa di San Giovanni Evangelista
Fu costruita agli inizi
del XVIII secolo sul luogo di una più antica, denominata S.
Giovanni in Forcella, eretta nel Medio Evo come chiesa cimiteriale
del borgo. Alla fine del XVII secolo la vecchia chiesa, gravemente
danneggiata da infiltrazioni di umidità, fu demolita nel 17O5
e ricostruita in forme barocche su progetto dell’arch. Filippo
Leti (1680 - 1711); i lavori si conclusero nel 1710 come ricorda
l’iscrizione sulla fronte.
Il nuovo edificio ha un’ampia facciata (m.20 circa di larghezza
x 24 di altezza) divisa in due ordini e sormontata da un timpano
triangolare affiancato da due

campanili rivestiti di mattoni. Snelle lesene sormontate da
capitelli corinzi inquadrano le tre porte e le corrispondenti
finestre del piano superiore. L’insieme nella sua linearità
si presenta sobrio e gradevole.
L’interno è a una sola
grande navata, lunga m. 31 e larga 9,50, coperta a volta, con
grande abside semicircolare e tre cappelle intercomunicanti,
progettate da Carlo Marchionni (di famiglia monticellese), architetto
della sacrestia di S. Pietro in Vaticano. La decorazione
dell’abside, affidata nel 1708 al pittore bolognese Domenico
Muratori, venne ricoperte agli inizi del nostro secolo dal francescano
Michelangelo Cianti (Montecelio 1840 - 1923), cui si deve anche
la decorazione di tre cappelle. Il confessionale con il pulpito
sovrastante fu eseguito in legno di noce verso la metà del Settecento.
Tra il 1765 e il 1771
furono dipinte dal romano Ludovico Stern le tele che abbelliscono
quattro cappelle, notevoli per l’armonioso gusto compositivo
e tonale. Esse raffigurano S. Anna con Maria bambina e S. Gioacchino,
S. Cecilia, S. Luigi Gonzaga e S. Nicola Nella seconda
e terza cappella a sinistra sono esposte le tele del Cades (XVIII
secolo) provenienti dalla chiesa di S. Maria Nuova.
Veneratissima dalla popolazione, la statua
di legno d’ulivo di scuola napoletana rappresentante l’Immacolata
Concezione, scolpita nel 1627. La statua, adorna di una corona
d’oro, donata dalla Comunità di Montecelio nel 1680 e di innumerevoli
gioielli offerti dai fedeli a scioglimento di voti, è portata
in processione in una fastosa "macchina" lignea in stile barocco.
Un recente restauro ad opera ha ridonato l’antico splendore
alla statua e al baldacchino processionale.
A destra della chiesa è l'oratorio che fu sede della Confraternita
del SS. Sacramento; su una parete un'ampia incorniciatura barocca
di stucco dorato racchiude un tondo con la raffigurazione del
Salvatore, nei secoli scorsi portata in processione. Il dipinto,
molto sfumato, si rifà alle rappresentazioni tardo-cinquecentesche
del SS. Sacramento.
Chiesa di S. Maria Nova
Le prime notizie, relative
a una semplice edicola, risalgono agli inizi del ‘500; da allora
l’edificio si ingrandì progressivamente fino ad assumere l’aspetto
attuale con pianta a croce greca, oratorio, sacrestia e piccolo
convento annesso. Fu sede della Confraternita del Gonfalone
e di quella del Rosario, che nel 1582 vi fece decorare una cappella.
Dal 1587 per 50 anni ospitò i Francescani Conventuali.
Partiti i frati, rimase affidata alla Confraternita del Gonfalone,
che vi custodiva gli arredi processionali. Venne arricchita
nel 1671 con un organo, orsa scomparso. Nella seconda metà del
‘700 furono edificati la semplice facciata e il nuovo Oratorio
della Confraternita e venne ultimata la decorazione interna
dell’edificio.
L'interno fu abbellito con una pala d’altare
del Corvi (1721 - 1809), raffigurante l’Assunta, e con tre tele
del Cades (1750 - 1799) che rappresentano S. Francesco e S.
Antonio da Padova, S. Bonaventura e il rinvenimento della vera
Croce di Cristo ad opera di S. Elena. Mentre del primo quadro
si sono perse le tracce, i tre dipinti del Cades, restaurati
dalla Soprintendenza, sono stati restituiti a Montecelio e si
trovano ora nella chiesa di S. Giovanni Evangelista.
Da una ventina d’anni
dall’edificio, in totale abbandono, sono scomparsi quasi tutti
i quadri e l’arredo sacro. Attualmente la chiesa è sede del
locale Gruppo Scout A.G.E.S.C.I.
Chiesa di S. Antonio Abate
Chiesa rurale ai limiti
di una zona di recente urbanizzazione alle pendici di Monte
Albano. Il 17 gennaio vi si celebrava la Messa del Santo patrono,
accompagnata dalla tradizionale benedizione degli animali; nel
dopoguerra fu gradualmente abbandonata.
Già nel XV secolo esisteva qui una cappella dedicata ai SS. Cecilia,
Antonio, Sebastiano e Rocco, con l’abside decorata da affreschi.
Dai primi del ‘600 la chiesa fu sede della Confraternita del
Suffragio; la pala dell’altare, ora scomparsa, raffigurava la
Madonna del Suffragio con i SS. Cecilia e Rocco, santo invocato
durante le pestilenze.
Il campaniletto a vela, la sacrestia e la cappella quadrangolare
con tiburio furono aggiunti quando vi si stanziò la Fratellanza
di S. Antonio Abate, alla fine del ‘600.

Nella menzionata cappella, coperta a cupola e decorata finemente
con stucchi e motivi floreali, si conservava la statua del santo
ora perduta. La semplice facciata risale probabilmente al restauro
del 1791, che alterò la primitiva fisionomia dell’edificio;
dalla navata, prolungata e rialzata, venne esclusa l’abside
affrescata, per accedere alla quale fu lasciata una porticina
dietro l’altare maggiore.
Gli affreschi nell’abside
di S. Antonio costituiscono la più pregevole opera d’arte rimasta
a Montecelio. La superficie è suddivisa da finte partizioni
architettoniche entro le quali si dispongono le figure a grandezza
quasi naturale; due cornici inquadranti un fregio a palmette
su fondo oro separano il catino dal muro curvilineo. La zona
sottostante è scandita da quattro colonne corinzie: nello spazio
centrale è seduta in trono la Madonna, in atto di allattare
il Bambino benedicente; su ciascun lato due figure di sante
martiri: S. Lucia e S. Liberata a destra, S. Caterina d’Alessandria
e S. Cecilia a sinistra. Al centro del catino è il Cristo in
maestà, entro una "mandorla", formata da una larga banda rossa;
ai lati due angeli genuflessi.
Le pitture sono state datate al periodo tra la fine del XV e la
metà del XVI secolo e attribuite alla cerchia di Antoniazzo
Romano.
Chiesa e Convento di S. Michele
Arcangelo
Nel 1708 i frati francescani
dell’Ordine di Minori Osservanti prendevano solennemente possesso
del convento appena ultimato e dell’orto circostante donato
loro dal monticellese Marco Valenti.
La chiesa conventuale di San Michele sorse a partire dal 1724
sulle rovine di una più antica, sempre dedicata al santo arcangelo,
sorta nel Medioevo nell’ambito del castrum di Monte Albano,
abbandonato nel XV secolo. Progettato dall’architetto piemontese
Alfieri, l’edificio è in stile barocco: l’armoniosa facciata
è coronata da un timpano triangolare fiancheggiato da volute,
sotto il quale si apre una grande finestra. L’interno del tempio
presenta un’unica spaziosa navata coperta a volta e due piccole
cappelle per lato; dal presbiterio delimitato da una balaustra
marmorea si accede alla tribuna, dove erano gli stalli, ora
smontati, di un grande coro ligneo.

Ad eccezione degli stucchi, l’intera decorazione pittorica e
i sacri arredi (pulpiti, confessionali, ecc.) che abbelliscono
l’edificio sono dovuti all’opera dei religiosi. Quando il convento
passò allo Stato, nel 1873, partiti gli altri religiosi, rimase
solo il frate pittore di Montecelio, Padre Michelangelo Cianti
che continuò a decorare decorò la, chiesa, fino alla morte (1923).
Oggi la sua opera è gravemente compromessa dalle infiltrazioni d’acqua
penetrate attraverso il tetto, rifatto dopo il 1980 ad opera
della Soprintendenza ai Monumenti: due grandi dipinti murali
sulle pareti della tribuna, rappresentanti l’apoteosi di S.
Francesco e l’approvazione della regola francescana da parte
di Innocenzo III, le decorazioni delle cappelle, gli affreschi
sul soffitto della navata, con il riquadro dell’Assunzione della
Vergine.
Il convento, secondo il classico schema
francescano, ha un piano terreno a volta, costituito dal chiostro
ad arcate con pozzo al centro e cisterna sottostante, dal quale
si accede alle stanze di servizio, al refettorio e alla sala
capitolare; le celle dei frati, una cucina e la stanza del Superiore
erano al primo piano, da cui si poteva raggiungere la galleria
dell’organo, sul fondo della chiesa. Due lati del chiostro furono
decorati nel 1778 con scene della vita di S. Francesco, affrescate
nelle lunette grazie alle elemosine di privati; le anima una
schietta e vivace vena popolare. Frammenti di altre pitture
a carattere sacro figurativo (Ultima Cena) sono stati scoperti
da poco nei locali del refettorio, al pianterreno. Dopo un lungo
periodo di abbandono, oggi il convento è stato quasi del tutto
restaurato dalla Provincia di Roma in modo funzionale e rispettoso
dell’integrità delle strutture. Al primo piano ha sede una scuola
regionale di telecomunicazioni, il piano terra è occupato dalla
scuola materna. Ultimati i restauri la chiesa verrà probabilmente
utilizzata come sala per concerti, conferenze. Durante l’Anno
Santo del 2000 Papa Giovanni Paolo II° ha canonizzato Padre
Giovanni da Triora che fu Priore del Convento di San Michele
sul finire del sec. XVIII , missionario francescano in Cina
ove morì martirizzato nell’anno 1816.